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Il ritorno di Camplone, il tifoso scrive: "Perchè lo applaudirò"

La filosofia di Camplone e quella di Bisoli. Due temi che hanno accompagnato e tavolta diviso la tifoseria perugina in questa lunga e altalenante stagione. Abbiamo chiesto a due tifosi, di contraria opinione, di scriverci perche domani applaudiranno (o non applaudiranno) il tecnico pescarese protagonista della promozione in Serie B

di Giacomo Sciurpa

 

Perché domani applaudirò Camplone. Mercoledi 5 Dicembre 2012, una di quelle giornate uggiose, pioggia battente dalla mattina. Frequentavo il corso allenatori UEFA B organizzato dall’ AIAC Umbria per prendere il patentino da allenatore di terza categoria, fino alla serie D. Il corso prevedeva per quel giorno di fare un’ analisi di una partita di calcio dal vivo. Il docente, Ettore Donati, ex allenatore di serie C, decide di portare tutti i corsisti a seguire Perugia-Lecce alle ore 15, Coppa Italia di C, una partita povera di significato ai fini della qualificazione, ma non era quello lo scopo, lo scopo era imparare a guardare una partita diversamente, cercando di capirla. Era per me strano seguire una partita dalla tribuna, block notes in mano, senza cantare ma cercando di guardare con occhio diverso il campo. Dopo una ventina di minuti tutto il pubblico presente viene dirottato in tribuna, tanta era l’acqua che buttava giù, tranne un manipolo di eroi che si prende l’acqua per tutti i 90’ in curva Nord, cantando ininterrottamente. Il Perugia vince 2 a 1, non si qualifica, ma fa vedere buone cose. Tornati subito in aula il docente ci fa notare che la partita, pur non avendo avuto toni agonistici particolarmente elevati, è stata per noi utilissima, facendoci notare come tra le due c’era una squadra che si vedeva essere stata plasmata dal suo allenatore, in quanto era spesso solita ripetere e “provare” alcune giocate. Ovviamente quella squadra era il Perugia e l’allenatore era Andrea Camplone.

Ci venne domandato se qualcuno sapesse così nell’immediato ricordarne qualcuna, così io presi la parola e dissi “mezz’ ala e ala si scambiavano spesso di posizione”. Era vero, e veniva fatto in modo quasi ossessivo, forse esagerato a volte. Ma si vedeva il lavoro alla base di un tecnico che era li soltanto da poche settimane, ma che stava mettendo dentro la squadra il suo credo calcistico, fatto di palla a terra, smarcamenti, e aggressività. D’altra parte il Perugia era in zona bassa di classifica e necessitava di una rincorsa se voleva giocarsi qualcosa di importante; e se si vuole rincorrere si deve aggredire, si deve vincere e non si deve avere paura. Queste necessità erano musica per le orecchie di un allenatore che credeva fermamente nel gioco offensivo, tant’è che il Perugia inizia una rincorsa clamorosa all’ Avellino, con 12 vittorie consecutive, che si ferma in quella dannata domenica di Viareggio. Un Perugia arrembante, aggressivo, che pressava i difensori della squadra avversaria nella metàcampo offensiva con le mezzeali, un Perugia di cui innamorarsi era fin troppo semplice. La sensazione di orgoglio nel partire per le trasferte a seguire una squadra che sarebbe andata di sicuro a dominare l’avversario, è quella di cui ricordo ancora vivo il sapore. Sensazione che poi si concretizzava nei fatti, allo stadio, in qualunque stadio. Ma la rincorsa non va, l’Avellino è forte ed è anche particolarmente “fortunato” , e si va ai playoff. La prima a Pisa va male e si perde, e il ritorno sembra andare peggio, con due difensori che si rinviano addosso a pochi secondi dall’ inizio. Il Perugia rimonta fino al 2 a 1, ma non rimane concentrato e subisce il 2 a 2 a pochi secondi dal termine, per non essersi piazzato alla svelta in difesa. Delusione cocente, stadio ammutolito, molti ce l’hanno coi giocatori, altri col tecnico. Probabilmente l’integralismo tattico che aveva dato i suoi frutti in termini di gioco e vittorie, alla fine è risultato penalizzante, e non tanto per il gol preso all’ultimo minuto, che i detrattori dell’ allenatore gli rimproverano ingenerosamente, ma perché durante la rincorsa i giocatori erano stati ruotati poco, e probabilmente alla fine arrivati stanchi. Ma la società Perugia aveva segnato la strada, il solco, per arrivare alla vittoria.

La stagione successiva rappresenta la consacrazione per il Perugia e per Camplone che prende la squadra dopo un mese di ritiro di Lucarelli, e finirà in serie B. Il tecnico mette mano ai suoi difetti dell’anno precedente, aumentando la capacità di gestione dell’ organico e diminuendo l’integralismo tattico, ma rimanendo fedele ad un concetto di calcio che ha come base la creazione di un’identità propria, forte e propositiva. La città è in festa e ritrova la B, ma il suo allenatore non sembra essere così amato dalla piazza, quantomeno non come quelli che lo hanno preceduto nelle vittorie simili. In serie B anno scorso il Perugia arriva ai PlayOff, gioca un buon calcio, inizialmente sterile, poi pian piano più concreto ed efficace, ma sempre aderente al solco tracciato dalla società e dal tecnico, cioè quello di essere propositivi e non avere paura. Il Play off col Pescara è disastroso e probabilmente anche per responsabilità del tecnico, che a conti fatti sbaglia qualche scelta e viene sconfitto da Oddo.

Domani Camplone torna da ex, non lasciatosi benissimo con la società attuale, e da tifoso, facendo un bilancio di questi 3 anni descritti brevemente, mi sento di tributargli quantomeno un applauso al suo rientro in campo. Il suo modo fare calcio mi ha fatto rivivere belle emozioni legate alla squadra che amo. Il Perugia storicamente ha sempre vinto e vissuto belle annate, spesso anche vincenti, con atteggiamento sbarazzino e vivace, e mai speculativo e rinunciatario. Ho potuto anche imparare qualcosa, visto che per me allenare è una passione, sulla cultura del lavoro sul campo, della cura dei dettagli, della trasmissione di un’idea e di una mentalità di gioco alla squadra, del come si lavora coi giovani per fargli imparare un ruolo nuovo, cosa in cui Camplone era maestro, vedi le metamorfosi di Moscati, Fazzi, Sini. E poco importa se Camplone non fosse un mostro in quanto a simpatia e loquacità, anzi ho apprezzato negli anni il suo essere schivo e scansante anche nei confronti di noi tifosi: nel calcio deve parlare il campo, non devono parlare gli attori; si allenano i giocatori, e non i tifosi. Molti attribuiscono l’amore mai sbocciato a pieno tra tifoseria e tecnico proprio a questo aspetto, curato molto poco da lui e molto approfonditamente dal suo successore, e questo è un peccato. Non importa, rimarranno i risultati, le emozioni provate, sia positive che negative, di questi tre anni, che per me possono valere un applauso, prima di tornare avversari. Emozioni vissute da me e giocoforza anche da chi non l’ha mai apprezzato e tutt’ora continua a preferirgli il suo contrario. Sempre che sia vero.

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